C’è un’abissale sproporzione tra il numero di coloro che da giorni parlano in tutte le sedi del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, e quello di coloro che sanno cosa effettivamente sia. Una sproporzione che si allarga considerando il confronto fra coloro che effettivamente intervengono nel merito dei contenuti e delle trasformazioni di quell’accordo negli anni e coloro che cavalcano il tema a sostegno delle proprie motivazioni di contrapposizione verso la parte politica che osteggiano. Nel mezzo, una parte non secondaria dell’informazione che presta più attenzione all’emergenza che al contesto, alle dichiarazioni più che all’approfondimento, allo schieramento più che alla critica. E che così rischia di essere una nave nella tempesta delle fake news e della crisi in atto.

Una tempesta nella quale l’informazione sta svolgendo comunque un ruolo primario, di garanzia dell’opinione pubblica, pur colpita pesantemente, a causa dell’emergenza Covid-19, sia dalle problematiche dell’organizzazione, sia dalla crisi della pubblicità e del lavoro: temi che abbiamo anche qui affrontato nei giorni scorsi. Ma una tempesta che sta portando l’informazione a rinchiudersi nella ridotta della cronaca dell’emergenza, perdendo la visione globale del mondo e del nostro tempo, che dovrebbe essere sempre la sua stella polare verso l’opinione pubblica. E a poco valgono le giustificazioni dell’interesse preminente e contingente del pubblico e delle difficoltà organizzative del lavoro: variabili sempre presenti in ogni scenario di crisi.

Il tema di ciò che potrà essere il lavoro giornalistico dopo la crisi che stiamo vivendo è ben presente nelle analisi che, come anticipato dal segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, definiranno l’ordine del giorno dei lavori del sindacato dei giornalisti italiani. Il modo in cui tutti gli attori si sono mossi in questi giorni intorno alla polemica sul Mes, che ha animato lo scontro politico tra governo e opposizione, pone con evidenza drammatica un ulteriore tema: la capacità dell’informazione di affermare la propria autorevolezza e indipendenza di fronte all’invasione delle fake news e ad un sistema della comunicazione politica che privilegia i social e la comunicazione diretta, saltando ogni fase di verifica e di critica.

Il dramma che sta vivendo tutto il mondo a causa del coronavirus non ha creato alcuno scrupolo alle “fabbriche di fake news”: le uniche che non hanno subito interruzioni nella loro “catena produttiva” a causa della crisi. Anzi, ne hanno approfittato a piene mani, tanto che appaiono agli analisti sempre più evidenti gli intrecci degli interessi di manipolazione e condizionamento dell’opinione pubblica che vi sono dietro la produzione quotidiana di meme e pseudo-notizie resi virali nella giungla senza regole della Rete.

Una giungla nella quale si muovono a proprio agio anche raggruppamenti e personaggi politici in Italia, come hanno già dimostrato inchieste giornalistiche. E’ per questo che l’attacco sul Mes – organizzato tramite una mobilitazione senza precedenti di tutte le proprie risorse mediatiche e di pressione politica da parte delle opposizioni. con conseguenti polemiche che hanno coinvolto anche il servizio pubblico della Rai – va visto ben oltre l’essere esclusivamente un tema di lotta politica, com’è stato trattato in questi giorni da un fronte e dall’altro.

Si tratta di un tema utilizzato strumentalmente per la difesa della propria esistenza in vita politica e di un sistema di propaganda, che ha visto anche altri attacchi che si sono già manifestati nei mesi scorsi contro le inchieste giornalistiche che hanno denunciato l’uso della viralità in Rete di messaggi d’odio e di fake news per la manipolazione dell’opinione pubblica a scopi politici. Un attacco strumentale che viene proprio all’indomani del lancio della task force contro le fake news da parte di Palazzo Chigi, strumento che da arma per combattere la disinformazione in tema di Covid-19 potrebbe consolidarsi dopo la pandemia come mezzo di contrasto permanente a questi metodi di propaganda politica. Un timore che è alla base della supposta emergenza democratica che gli analisti vicini alle opposizioni denunciano.

C’è però un discorso rilevante che apre questa denuncia, lanciata oggi dalle opposizioni pro-tempore (ma si sa che le opposizioni nel tempo cambiano, così come cambiano le coalizioni di maggioranza), e che merita attenzione. Ed è la Luna che indica il dito della polemica sul Mes. Ovvero che un tema così importante per la democrazia come la lotta alle fake news non può essere lasciato a un’iniziativa (importante e lodevole) dell’ufficio del capo del governo, ma deve far parte di un dibattito che deve coinvolgere il parlamento e chi si occupa professionalmente di informazione.

Come il pericolo del revenge porn, che le opportunità offerte dalla Rete e dalle tecnologie amplificano a dismisura, ha dato luogo un’importanti e tanto attesa normativa per la prevenzione e la repressione, così per la lotta alle fake news e all’incitamento all’odio online non può tardare un quadro normativo di sistema relativo alla specifica fattispecie. Il “far west dell’etere” degli anni Settanta del secolo scorso e le sue conseguenze sono ben poca cosa rispetto alle potenzialità della Rete e delle tecnologie di oggi. Senza dover necessariamente scomodare le analisi sull’influenza che hanno avuto internet e social network nella scelta elettorale a favore del Capo dello Stato più potente del mondo, Donald Trump, ben lo sanno anche i nostri sindaci, che iniziano a varare iniziative per il contatto diretto con i loro concittadini.

In questo contesto torna di stringente attualità anche il tema del “bollino blu” di qualità con il quale certificare, di fronte agli utenti, i siti di informazione nei quali sono impiegati regolarmente professionisti dell’informazione, sottoposti al rispetto del Testo Unico della deontologia del giornalista, e che sono registrati come testate giornalistiche italiane ai fini delle responsabilità di legge.

Se la polemica politica di questi giorni è il dito e il variegato mondo delle fake news a scopo di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica è la Luna, nel gran polverone sollevato ad arte per giorni intorno a una dichiarazione di cinque secondi del presidente del Consiglio all’interno di un contesto più ampio, non possiamo permetterci di continuare ad ammirare estasiati il dito tralasciando l’esplorazione della Luna.